Social down

Whatsapp, Facebook e Instagram down.

Un blocco social a cui non siamo abituati: era successo altre volte, ma in una manciata di minuti tutto si era sempre risolto.

Stavolta la cosa sembra essere più complicata. Probabilmente tra poco tutto tornerà come prima: non mi interessano le cause che hanno generato il blocco, quanto le cause che stanno generando un senso di smarrimento.

Mi sento fuori dal mondo“, mi ha appena scritto una mia cara amica, via sms. Lei è la prima che ho cercato, scrivendole: “Ma noi comunichiamo lo stesso, qui, vero?“, le ho risposto alludendo al caro vecchio sms.

Ma questa sensazione di essere fuori dal mondo, smarriti, come un blackout, da dove viene?

Perché sembra quasi manchi qualcosa di fondamentale. Poco importa se poco più di vent’anni fa non possedevo un cellulare, e quello che avevo era comunque analogico, diciamo. Eppure, ci ripetiamo come un leit motiv per convincere noi stessi che “si viveva lo stesso”, anzi, magari “si viveva pure meglio”.

Lo stesso smarrimento – e stizza – che proviamo quando salta la corrente lasciandoci al buio. Ma prima, prima della luce (tralasciamo il piccolo particolare che le bistecche congelate andrebbero a quel paese), prima della corrente, non si viveva forse lo stesso? Non c’erano forse candele, candelabri e camini accesi? È mai morto qualcuno senza lampadina (banalizzo, ovviamente: l’avvento dell’elettricità è stato un salto epocale a effetto domino, che non riguardava solo la comodità di avere una abat-jour accesa, ma progressi in tutti i campi).

Il punto è che siamo animali sociali che si sorprendono per un minuto di fronte alle novità e poi ci si abituano subito, senza speranza di tornare indietro, come se ogni progresso fosse un nuovo punto di non ritorno.

Non siamo più in grado di regredire (tecnologicamente, perché da un altro punto di vista… be’, lasciamo stare).

Non è solo una questione di connessione, di comunicare, di ‘sentirci più vicini’. Sarebbe sciocco pensarlo. Abbiamo messo nelle mani dei social non solo la nostra immagine, ma anche la nostra attività (e le due cose sono molto connesse l’un l’altra. Mai sentito parlare di brand reputation? Con l’avvento dei social siamo potenzialmente tutti brand di noi stessi).

Dai social dipendiamo come un sub in una piscina da una bombola d’ossigeno, ma due metri sopra c’è aria vera.

Dai social dipende letteralmente il futuro della nostra attività.

Dipende la nostra vita, piena di istantanee, ricordi, emozioni anche, pubblicate lì a ‘mo di album fotografico.

Dipendono i nostri legami, che avevano raggiunto livelli tossici (e non alludo solo ai vocali di 5 minuti).

Eccolo il nocciolo della questione. Quella parolina lì, ‘dipendenza‘: temo infatti che ‘abitudine’ o ‘assuefazione’ siano troppo blande. C’è da chiedersi se dobbiamo, se possiamo permetterci di dipendere dai social fino a questo punto, se possiamo dipendere dagli occhi degli altri e dai loro like, cuoricini e interazioni.

Se non sia il caso di ricalibrare i costi di questa dipendenza (e se queste ore diventassero giorni e i giorni settimane?), di riequilibrare le cose, di ponderare, di cercare altre vie oltre i social.

Siamo come un fiume in piena che trovato un ostacolo, scava da un’altra parte.

Come io, ora, qui, a scrivere un post su questo blog e non su Facebook solo per il bisogno di capire, di sviscerare, di rivoltare e capovolgere, per cercare di intravvedere oltre (visto che non lo posso postare).

Si ricomincerebbe da capo, vero? Nuovi mezzi, nuovi canali, nuove vie per comunicare, per connetterci, per guardare, per pensare, giudicare, per interagire, per essere guardati, lasciandoci liberi di essere curiosi, di sorprenderci (anche se dura poco), che sia solo per passare il tempo, vincere la solitudine, distrarci o per fare business.

Perché siamo animali sociali, che ci sorprendiamo un minuto di fronte alle novità ma poi ci abituiamo subito, senza speranza di tornare indietro.

 

 

 

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